davide maria

davide maria battaglia

L’innovazione dei protocolli di adesione e i progressi portati dall’introduzione di materiali sempre più performanti hanno dato modo agli operatori di ottenere una cementazione adesiva maggiormente predicibile ed estremamente affidabile.

È  diventato di fondamentale importanza conoscere, in maniera approfondita, la tipologia di substrato dentale su cui si sta lavorando ed il materiale da cui è composto il restauro. Il clinico dovrà necessariamente disporre di conoscenze tecniche e di una approfondita comprensione dei meccanismi chimici e fisici alla base dell’interazione dente-restauro. In questo modo potrà scegliere quale sistema si adatti meglio alla situazione contingente consentendo il raggiungimento di una cementazione del manufatto protesico ottimale. Il fine del clinico è ottenere un restauro, ma soprattutto una adesione, stabile e duratura nel tempo.

In questo ambito le preparazioni dentali, sia totali che parziali, sono sicuramente argomenti che dobbiamo tenere in considerazione in quanto sappiamo che preparare un elemento è un atto chirurgico irreversibile e come tale va gestita e ponderata.

Le preparazioni parziali consistono nella ricostruzione di una sola parte dell’elemento. Vengono distinte in base alla quantità e topografia della porzione di dente sacrificato: inlay (tra le cuspidi), onlay (sopra le cuspidi), overlay (al di fuori delle cuspidi).

Si possono intraprendere due differenti strade per recuperare la parte di dente persa, ricostruire il dente direttamente utilizzando materiali compositi oppure ricostruirlo indirettamente mediante manufatti realizzati in laboratorio.

Ovviamente, per entrambe le tecniche, possono essere evidenziati vantaggi e svantaggi. La ricostruzione diretta è più conservativa e meno dispendiosa da un punto di vista prettamente economico e per i tempi di esecuzione, ma presenta difficoltà nel controllo della contrazione da polimerizzazione con note conseguenze: dolore alla masticazione, fratture, carie secondarie nonché discolorazioni marginali che riducono il valore estetico.

Le ricostruzioni indirette offrono importanti vantaggi, in particolare la precisione del manufatto in ogni sua parte, non presentando il problema della contrazione da polimerizzazione. Possono essere utilizzati differenti materiali in base alle necessità dell’operatore ed al tipo di restauro che si vuole ottenere.

Questa tecnica ha il contro di avere tempi operativi più lunghi e un costo maggiore.

Le preparazioni delle cavità per le ricostruzioni indirette vanno eseguite tenendo conto di alcuni fattori che devono essere analizzati e rispettati. Questi sono la profondità e l’ampiezza dell’istmo (dentina interassiale), l’assenza o la presenza della camera pulpare (tetto della camera pulpare), l’integrità delle creste marginali, lo spessore amelo-dentinale cuspidale.

Le ricostruzioni parziali sui denti anteriori si differenziano rispetto a quelle eseguite sui diatorici. Queste vengono realizzate principalmente per correggere forma e posizione dentale, chiudere i diastemi, sostituire vecchie ricostruzioni in composito, riparare elementi dentali.

Nelle preparazioni è importante conservare più smalto possibile ed attenersi alla rimozione degli spessori indicati nei protocolli.

I materiali utilizzabili per questa tecnica sono differenti, dai compositi resinosi, più economici, alle ceramiche vetrose fuse o feldspatiche classiche.

Le preparazioni si distinguono in base alla presenza o assenza della sovrapposizione incisale, inoltre è possibile, in casi ben precisi, effettuare restauri con faccette che non necessitano di preparazione (No-Prep).

Nel caso in cui fosse presente un elemento diatorico trattato endodonticamente con porzione coronale molto ridotta è possibile effettuare una endocrown (endocorona). Questa tecnica richiede una riduzione complessiva dell’altezza di superficie occlusale e la rimozione di tutte le pareti di smalto che non abbiano uno spessore adeguato. Successivamente, dopo aver rimosso parte di guttaperca presente nel canale, si procederà con la presa dell’impronta di precisione che verrà inviata al laboratorio. Infine sarà realizzato il manufatto che verrà cementato sull’elemento preparato.

Approfondimenti e dettagli su queste ed altre tecniche, relative alla cementazione adesiva sui denti naturali, è possibile trovarli all’interno del libro:

“Cementazione adesiva sui denti naturali: materiali e tecniche” di G. Derchi e U. Campaner.

In questi giorni è stata fatta una interessante intervista da odontoiatria 33 su questo argomento. Ci fa molto piacere condividere:

 

L’odontoiatria è una specialità medica che ha sempre richiesto la presenza di personale competente che potesse aiutare l’odontoiatra, non solo per quanto riguarda la gestione ambulatoriale del paziente ma anche per altri ruoli, altrettanto importanti, come la gestione igienica della sala operatoria, i rapporti interpersonali con i pazienti, la corretta gestione dello strumentario odontoiatrico, la conoscenza dei prodotti utilizzati dall’odontoiatra e il rapporto con i fornitori.

Siamo ancora in uno momento emergenziale, ma la luce sembra poter affiorare dopo tanti giorni spesi lontani dalle proprie abitudini lavorative, dalle proprie certezze e per alcuni anche dai propri cari.

Un manufatto protesico può essere fissato su abutment implantari mediante tecnica avvitata o cementata. La seconda vuole essere un'opzione complementare, più che alternativa, in grado, cioè, di superare alcune delle limitazione della procedura avvitata, la quale soffre infatti della concentrazione di stress derivante dalla mancata passivazione.

La cementazione di un restauro su impianti risulta una soluzione ottimale per occlusione, estetica – risolve l'annosa questione del foro per la vita passante – e spesso anche risposta al carico.

Dall'altra parte, l'applicazione di uno schema di cementazione per restuari su impianti di tipo convenzionale presenta alcuni difetti, il principale dei quali è rappresentato dalla mancata accessibilità all'abutment. Questo aspetto è in realtà ugualmente valido per la corona su moncone naturale, la quale però non è normalmente oggetto della normale manutenzione di un trattamento protesico. Le viti passanti possono essere, infatti, soggette a periodico allentamento, se non a sporadici episodi di frattura. Tale limite viene normalmente aggirato tramite l'impiego di un cemento di tipo provvisorio, con tutto ciò che ne può derivare: un restauro meno ritentivo, soggetto a decementazioni (almeno apparentemente) spontanee può di condizionare negativamente la soddisfazione del paziente.

Il miglior cemento per restauri su impianti

Al fine di fornire delle indicazioni a uso clinico, Kapoor e colleghi, nel 2016, hanno pubblicato uno studio volto a indagare la capacità ritentiva di 5 cementi diversi nella fissazione di corone a base metallica su abutment implantari.

Gli sperimentatori hanno allestito 10 analoghi implantari inclusi all'interno di 5 modelli in resina di mascellare edentulo (coprendo le regioni del primo e del secondo molare), tutti con abutment 4 x 11 mm avvitati con un torque di 30 N. Un totale di 20 corone metalliche sono state sperimentate per 5 diversi cementi (quindi per un totale di 100 campioni): uno al fosfato di zinco, uno vetroionomerico modificato con resina, uno resinoso, uno acrilico provvisorio privo di eugenolo e, infine, uno resinoso provvisorio privo di eugenolo. I campioni sono stati sottoposti a un pull-out test con macchinario Instom al fine di verificare la ritenzione.

Il cemento resinoso ha mostrato il valore sperimentale di ritenzione più elevato (581.075 N). I due cementi provvisori implantari hanno fornito i valori più ridotti e, conseguente, la più semplice rimovibilità. Il cemento provvisorio a base resinosa, in particolare, pur con la forza ritentiva più ridotta , assicura una chiusura marginale ottimale. La rimovibilità dipende invece dalla notevole elasticità mantenuta dal prodotto.

Un dato interessante è stato fornito, infine, dal cemento vetroionomerico modificato con resina, il quale ha mostrato un comportamento intermedio.

 Riferimenti bibliografici a proposito della cementazione dei restauri implantari:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4866252/

 

 
 

Le tecniche più moderne nell'odontoiatria restaurativa hanno favorito l'implementazione dei restauri parziali indiretti tipo inlay o onlay, in altre parole gli intarsi. In modo particolare, si fa riferimento ai manufatti in materiale resinoso, il cui utilizzo si presta maggiormente alle tecniche ibride di preparazione cavitaria – pur nel rispetto di criteri realizzativi ben codificati – e, contemporaneamente, presentano il vantaggio della compatibilità con cementi a loro volta a base resinosa.

Questa trattazione vuole considerare proprio gli aspetti salienti della fase di cementazione, alle luce delle caratteristiche dei diversi cementi resinosi, così come elencati da D’Arcangelo e Vanini.

I cementi fotopolimerizzabili favoriscono la gestione dei tempi di lavorazione e garantiscono buona stabilità cromatica. D'altra parte, i tempi di indurimento possono protrarsi eccessivamente; possono anche insorgere problematiche legate agli spessori del restauro o all'influenza dei materiali da copertura sulla microdurezza dei cementi.

I compositi dual-cure, seppur meno maneggevoli, assicurano comunque tempi di lavorazione controllati e, in più, una polimerizzazione adeguata nelle aree a cui la radiazione luminosa accede con maggiore difficoltà. La fotoattivazione ne incrementa il grado di conversione e la durezza superficiale.

Il processo di cementazione dei restauri indiretti varia con la sorgente luminosa, con il tempo di irradiazione, oltre che con le caratteristiche intrinseche del materiale. Il tempo di indurimento andrebbe targettato sul singolo materiale, in modo da fargli raggiungere un elevato grado di conversione.

Preriscaldare il materiale resinoso a una temperatura indicata di 39°C fa raggiungere allo stesso la fluidità ottimale.

La mordenzatura del substrato dentinale rappresenta il primo fondamentale passaggio della cementazione mediante l'uso di cementi adesivi a due o tre step. Al fine di ridurre i passaggi e semplificare le procedure complessive, sono stati introdotti prodotti self-etch, che non richiedono cioè un passaggio separato di mordenzatura con acido. Tra questi, i prodotti pluricomponenti presentano, allo stato attuale dell'arte, caratteristiche superiori a quelli all-in-one, ai quali sono pertanto da preferire nell'uso clinico.

Le resine autoadesive rappresenta un'alternativa nella cementazione di intarsi in materiale composito su superfici non pretrattate, seppur con adesione inferiore a quella garantita dai sistemi etch-and-rinse. Questi, infatti, assicurano risultati più predicibili nella cementazione diretta su tessuto dentinale, rispetto ai prodotti self-etch e self-adhesive.

Un ultimo aspetto procedura che è necessario sottolineare consiste nella necessità di impiego della diga in gomma, indispensabile in qualsiasi procedura condotta sfruttando la tecnica adesiva.

In ultima analisi, l'asportazione dei residui di cemento può essere condotta in anticipo sulla polimerizzazione o a processo avvenuto. Nel primo caso viene raccomandato l'uso di sonde o filo interdentale, nel secondo può essere indicato l'impiego di una lama standard (15C). L'uso di strisce abrasive, dischi e, ancora di più, frese, risulta una seconda scelta, dato il rischio di compromettere l'accuratezza del margine, la quale rappresenta, in fin dei conti, uno dei maggiori vantaggi dell'intarsistica sulla restaurativa diretta.

Riferimenti bibliografici riguardo ai restauri parziali indiretti

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26355440

Cementi resinosi: classificazioni

Venerdì, 09 Agosto 2019 02:00
Pubblicato in Protesi
 

Nella parte introduttiva del testo si è fatto riferimento alle caratteristiche generali dei cementi a composizione resinosa e sono state indicate in maniera semplice i criteri classificativi, o meglio uno di essi.

Per conoscere al meglio questa categoria di prodotti, infatti, è necessario sapere considerare quantomeno due criteri classificativi: quello dettato dal meccanismo di polimerizzazione, brevemente accennato appunto nella prima parte, e quello che si basa sullo schema adesivo del cemento stesso.

Nello specifico, questa prima parte si concentrerà in maniera ampia ancora sul meccanismo di polimerizzazione.

Il meccanismo di polimerizzazione rappresenta una determinante dell'utilizzo del prodotto: nel caso in cui l'esposizione alla luce risulti difficoltosa, ad esempio, un prodotto il cui indurimento si basa su un processo puramente chimico rappresenta una scelta preferibile a un dual-cure, oltre che, naturalmente, a un fotopolimerizzabile puro.

1) Cementi resinosi fotopolimerizzabili

Essi impiegano fotoiniziatori attivati dalla luce. La capacità della luce di penetrare in tutte le aree e attivare i fotoiniziatori è, come anticipato, un elemento cruciale in prodotti di questo tipo.

Un aspetto pratico vantaggioso dei cementi fotopolimerizzanti è la possibilità di estendere i tempi di lavorazione rispetto ai sistemi di altro tipo. L'operatore può inoltre rimuovere, comunque entro certi tempi, gli eccessi di materiale prima dell'indurimento, con il doppio vantaggio di accorciare i tempi di finitura.

Un ulteriore aspetto positivo dei cementi fotopolimerizzabili è rappresentato dalla stabilità cromatica rispetto ai cementi resinosi dual-cure o chemical-cure. Questi cementi si prestano, pertanto, a essere abbinati a restauri metal-free o, comunque, all'impiego nei settori estetici.

Un aspetto critico, già anticipato, consiste nella penetrazione della radiazione luminosa: in tal senso, non vi possono essere problemi abbinando una resina già polimerizzata i una ceramica sottile e abbastanza traslucida.

2) Cementi resinosi chemical-cure

La reazione è puramente chimica e, per questo motivo, tali prodotti possono essere indicati anche come “self-curing”, ossia autopolimerizzanti. Lo starter della reazione è l'addizione di due componenti. Questi prodotti sono particolarmente utili in quelle sedi dove è prevedibile un deficit di penetrazione della luce, ad esempio nella cementazione di un perno endocanalare, oppure in caso di corona in metallo-ceramica tradizionale. A fronte di tali caratteristiche, questi cementi offrono una varietà inferiore ai precedenti in termini di croma e traslucenza.

3) Cementi resinosi dual-cure

Il nome suggerisce una doppia reazione polimerizzante. In altre parole, coniugano un'attivazione chimica da miscelazione dei due componenti a una capacità fotopolimerizzante determinata dalla presenza di fotoiniziatori. L'esposizione alla luce è tendenzialmente necessaria a far raggiungere la completa polimerizzazione e, in più, rappresenta una via di modulazione (in senso di accelerazione) dei tempi di lavorazione.

A logica, anche le indicazioni d'uso sono ibride: si pensi, ad esempio, a una ceramica troppo spessa per essere raggiunta a pieno dalla radiazione polimerizzante. In realtà, questi prodotti offrono oggi una certa versatilità d'uso, ponendosi trasversalmente alle altre due categorie.

 
 

La scelta del cemento in odontoiatria restaurativa è un aspetto delicato della riabilitazione protesica su dente naturale. Il panorama commerciale è molto cambiato negli ultimi anni e, per questo, è importante che il clinico si tenga aggiornato sulle specifiche tecniche che stanno dietro alla singola etichetta.

Idealmente, un cemento, provvisorio o definitivo, deve soddisfare una serie di criteri biologici, chimico-fisici e tecnici, al fine di garantire integrazione biologica e ritenzione meccanica al manufatto protesico. Si considerino pertanto gli ambiti a cui si rifanno tali criteri.

Adeguata biocompatibilità nei confronti della polpa, della quale si desidera mantenere la vitalità, e dei tessuti molli adiacenti al restauro.

Caratteristiche fisiche: ridotta viscosità e capacità di occupare omogeneamente lo spazio tra moncone e protesi, mediante la formazione di film sottile. Radiopacità.

Proprietà meccaniche: elevata resistenza alla compressione. Adesività ottimale alle strutture biologiche dentarie e, possibilmente, a più materiali da restauro. Bassa solubilità a contatto con l'ambiente orale e, particolarmente, con i fluidi salivari.

Aspetti pratici: facilità di utilizzo, lavorazione extraorale prolungata e setting rapido una volta in posizione. Rimozione degli eccessi e rifinitura a sua volta semplici e rapide.

Allo stato attuale dell'arte, non esiste un prodotto che riunisca tutte queste caratteristiche. Ad esempio i cementi resinosi, oggetto principale della trattazione, sono caratterizzati da bassa solubilità. La presenza del bis-GMA, tuttavia, induce un aumento della viscosità e un'accorciamento della lavorabilità a temperatura ambiente.

Caratteristiche dei cementi resinosi

I cementi resinosi sono stati immessi sul mercato, come alternativa ai prodotti bicomponente acido-base, a metà degli anni '70.

Come appena visto, la componente fondamentale della matrice è il bis-GMA (sigla per bisfenolo A-glicidil metacrilato), il quale viene normalmente diluito con resine a minore viscosità. Il rapporto tra queste componenti distinguono questo tipo di prodotti dalle resine composite indicate per altri impieghi, ad esempio quelle impiegate nella restaurativa diretta.

Oltre che per quanto appena considerato, tali prodotti si sono distinti per caratteristiche meccaniche e anche vocazione estetica. Le perplessità riguardanti lo spessore del film, altro potenziale svantaggio rilevante, sono state superate: oramai 10 anni fa, Kious riferiva come gli allora prodotti di ultima generazione soddisfacessero lo standard ISO dei 25 μm di spessore.

Per definizione, questi cementi resinosi presentano un setting basato sul procedimento chimico della polimerizzazione. Dividendo i materiali per meccanismo di indurimento, si considerano cementi resinosi light-curedself-cured e dual-cured. I cementi appartenenti alle ultime due categorie possono essere applicati indicativamente in tutte le procedure di cementazione. I cementi fotopolimerizzabili, secondo parte di una letteratura non del tutto univoca in tal senso, presenterebbero delle problematiche nell'impiego associato ad alcuni materiali ceramici.

 Riferimenti bibliografici su odontoiatria restaurativa e cementi resinosi

https://www.ijcmas.com/vol-4-2/John%20Paul.pdf

https://www.researchgate.net/publication/236101337_Cementation_of_indirect_restorations_an_overview_of_resin_cements

 
 
 

Carissime Dottoresse, carissimi Dottori

da lungo tempo siamo rimasti lontani da Voi. Non per pigrizia, non per disinteresse, ma per predisporre un programma di lavoro che potesse soddisfare le vostre più recondite esigenze.

Ci siamo attrezzati con strumenti nuovi che ci permettono ora di aggiungere ai testi ed ai webinar, video di tutti i tipi compresi quelli di interventi. Con questi strumenti è nostra volontà integrare ogni informazione che i relatori offrono.

Vi piacerebbe poter seguire da casa in piattaforma interattiva un corso di sala del vostro relatore preferito? Bene ora potremo mettere a vostra totale disposizione anche eventi in streaming diretto.

Per arrivare a potervi offrire di più, abbiamo stretto rapporti di collaborazione con alcune associazioni. A titolo di esempio i soci Andi potranno vedere a condizioni particolari le registrazioni di alcuni eventi serali.

Guarda la video pillola di una delle serate riprese per voi

http://seewebstorage.it/aod/Trial/TR06LV.mp4

A questo si aggiunge che siamo in fase di accreditamento di una serie di corsi eLearning che si occuperanno di differenti tematiche: faccette, laser, implantologia, medicina orale sono solo alcuni esempi.

eLearning: Faccette

Le faccette rappresentano una delle prestazioni più frequenti in ambito di riabilitazioni estetiche. Spetta al clinico la scelta dei materiali e delle tecniche di preparazione più opportuni per affrontare ciascun caso. Gestire le traslucenze, gli spessori, la posizione del margine, l’adesione, il colore sono solo alcune delle criticità di ogni caso di faccette. Per affrontare la clinica con in  mente uno schema di lavoro preciso e predicibile è necessario fare chiarezza su ciascuno di questi punti.

eLearning: laser

Il Laser è uno strumento che esiste in odontoiatria da diverso tempo. Sul suo conto sono stati spesi articoli scientifici e si sono tenute relazioni altamente discordanti. Se non bastassero letteratura e congressi a confondere/chiarire le idee, il tournover frequente proposto dalle aziende in questo settore ha messo nelle mani dei clinici un insieme di strumenti e concetti non sempre sfruttati a pieno.

Per fare una summa è opportuno partire dalle basi, conoscere la gamma di device disponibili, le loro applicazione, quali problemi possano risolverci e cosa non possiamo chiedere loro.

eLearning: implantologia

L’implantologia è la branca che vede il fiorire di un numero impressionante di corsi in presenza e di formazione a distanza. La richiesta in questo settore è molto elevata ed è compito di chi svolga formazione cone Academy of Dentistry, soddisfare l’aspettativa di chi vuole crescere in tale disciplina.

Per tale ragione ci siamo impegnati per offrirvi un eLearning che mira ad essere chiaro e  portare al pubblico messaggi concreti da applicare nella pratica di tutti i giorni.

eLearning: medicina orale

Alcune cose contano molto eppure non si vedono. Lo studio del cavo orale, del bioma che lo ospita e le correlazioni che questo ha con l’intero organismo, saranno oggetto di un eLearning di forte stampo medico. Capire come il distretto che curiamo sia influenzato ed influenzi il resto del corpo è fondamentale per fornire ai pazienti piani di trattamento personalizzati che mirano al benessere a 360 ° della persona, sulla base di dati oggettivi.