Scritto da Giovedì, 12 Marzo 2020 - Pubblicato in Ortodonzia

Cari colleghi il brutto momento che stiamo vivendo non deve assolutamente distogliere l’attenzione dalla crescita professionale e dalla formazione che sappiano essere l’unico rimedio per poter ripartire meglio di prima .

Durante i corsi sostengo sempre che siamo di fronte ad un grande cambiamento del mondo , dell’uomo , dei nostri pazienti e delle patologie che interessano il corpo umano e la bocca . Ho pensato che in questi giorni in cui abbiamo tempo maggiore da dedicarci può essere per Noi utile ritrovarci per un ora in una stanza virtuale tramite Webinar  per condividere problematiche su casi clinici e sull’ Elastodontic Therapy con apparecchi AMCOP .

L’incontro gratuito è aperto ai colleghi che hanno frequentato in precedenza i corsi ma anche a chi vuole avere un primo approccio alla tecnica .

Per accedere chiadiamo di inserire nome, cognome e indirizzo mail nei commenti sottostanti; risponderemo con una mail contenete l link diretto alla stanza virtuale. Il primo incontro di 1 ora inizierà il giorno 23 marzo c:a. alle ore 12,30

Scritto da Martedì, 10 Marzo 2020 - Pubblicato in Congressi

e20 ed AoD nel loro continuo impegno di formazione ed aggiornamento, uniscono le proprie forze ed i propri strumenti per soddisfare le esigenze del Team Odontoiatrico nel periodo delicato che stiamo attraversando.

Invitiamo Professionisti, Igienisti ed ASO ad una serata culturale in cui saranno trattati argomenti particolarmente attuali quali a titolo di esempio: "La compliance del paziente", - ottenere la complince del paziente significa averlo al nostro fianco anche nella comunicazione attraverso i "Social network ed imbound". Sarà lui stesso ad introdurre lo studio ad altri pazienti mediante il "Passaparola 3.0".  Vi invitiamo a seguire questo perorso con noi in una piacevole serata interattiva in cui potremo confrontarci e scoprire insieme la strada migliore per superare le incognite che questo periodo di particolare tensione sta riversando indistintamente su tutti noi. Segute le indicazioni in locandina, dopo l'iscrizione riceverete un link che vi permetterà di entrare nella stanza virtuale in cui lavoreremo insieme.

Scritto da Venerdì, 30 Agosto 2019 - Pubblicato in Protesi

Un manufatto protesico può essere fissato su abutment implantari mediante tecnica avvitata o cementata. La seconda vuole essere un'opzione complementare, più che alternativa, in grado, cioè, di superare alcune delle limitazione della procedura avvitata, la quale soffre infatti della concentrazione di stress derivante dalla mancata passivazione.

La cementazione di un restauro su impianti risulta una soluzione ottimale per occlusione, estetica – risolve l'annosa questione del foro per la vita passante – e spesso anche risposta al carico.

Dall'altra parte, l'applicazione di uno schema di cementazione per restuari su impianti di tipo convenzionale presenta alcuni difetti, il principale dei quali è rappresentato dalla mancata accessibilità all'abutment. Questo aspetto è in realtà ugualmente valido per la corona su moncone naturale, la quale però non è normalmente oggetto della normale manutenzione di un trattamento protesico. Le viti passanti possono essere, infatti, soggette a periodico allentamento, se non a sporadici episodi di frattura. Tale limite viene normalmente aggirato tramite l'impiego di un cemento di tipo provvisorio, con tutto ciò che ne può derivare: un restauro meno ritentivo, soggetto a decementazioni (almeno apparentemente) spontanee può di condizionare negativamente la soddisfazione del paziente.

Il miglior cemento per restauri su impianti

Al fine di fornire delle indicazioni a uso clinico, Kapoor e colleghi, nel 2016, hanno pubblicato uno studio volto a indagare la capacità ritentiva di 5 cementi diversi nella fissazione di corone a base metallica su abutment implantari.

Gli sperimentatori hanno allestito 10 analoghi implantari inclusi all'interno di 5 modelli in resina di mascellare edentulo (coprendo le regioni del primo e del secondo molare), tutti con abutment 4 x 11 mm avvitati con un torque di 30 N. Un totale di 20 corone metalliche sono state sperimentate per 5 diversi cementi (quindi per un totale di 100 campioni): uno al fosfato di zinco, uno vetroionomerico modificato con resina, uno resinoso, uno acrilico provvisorio privo di eugenolo e, infine, uno resinoso provvisorio privo di eugenolo. I campioni sono stati sottoposti a un pull-out test con macchinario Instom al fine di verificare la ritenzione.

Il cemento resinoso ha mostrato il valore sperimentale di ritenzione più elevato (581.075 N). I due cementi provvisori implantari hanno fornito i valori più ridotti e, conseguente, la più semplice rimovibilità. Il cemento provvisorio a base resinosa, in particolare, pur con la forza ritentiva più ridotta , assicura una chiusura marginale ottimale. La rimovibilità dipende invece dalla notevole elasticità mantenuta dal prodotto.

Un dato interessante è stato fornito, infine, dal cemento vetroionomerico modificato con resina, il quale ha mostrato un comportamento intermedio.

 Riferimenti bibliografici a proposito della cementazione dei restauri implantari:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4866252/

 

 
 
Scritto da Giovedì, 29 Agosto 2019 - Pubblicato in Protesi

Le tecniche più moderne nell'odontoiatria restaurativa hanno favorito l'implementazione dei restauri parziali indiretti tipo inlay o onlay, in altre parole gli intarsi. In modo particolare, si fa riferimento ai manufatti in materiale resinoso, il cui utilizzo si presta maggiormente alle tecniche ibride di preparazione cavitaria – pur nel rispetto di criteri realizzativi ben codificati – e, contemporaneamente, presentano il vantaggio della compatibilità con cementi a loro volta a base resinosa.

Questa trattazione vuole considerare proprio gli aspetti salienti della fase di cementazione, alle luce delle caratteristiche dei diversi cementi resinosi, così come elencati da D’Arcangelo e Vanini.

I cementi fotopolimerizzabili favoriscono la gestione dei tempi di lavorazione e garantiscono buona stabilità cromatica. D'altra parte, i tempi di indurimento possono protrarsi eccessivamente; possono anche insorgere problematiche legate agli spessori del restauro o all'influenza dei materiali da copertura sulla microdurezza dei cementi.

I compositi dual-cure, seppur meno maneggevoli, assicurano comunque tempi di lavorazione controllati e, in più, una polimerizzazione adeguata nelle aree a cui la radiazione luminosa accede con maggiore difficoltà. La fotoattivazione ne incrementa il grado di conversione e la durezza superficiale.

Il processo di cementazione dei restauri indiretti varia con la sorgente luminosa, con il tempo di irradiazione, oltre che con le caratteristiche intrinseche del materiale. Il tempo di indurimento andrebbe targettato sul singolo materiale, in modo da fargli raggiungere un elevato grado di conversione.

Preriscaldare il materiale resinoso a una temperatura indicata di 39°C fa raggiungere allo stesso la fluidità ottimale.

La mordenzatura del substrato dentinale rappresenta il primo fondamentale passaggio della cementazione mediante l'uso di cementi adesivi a due o tre step. Al fine di ridurre i passaggi e semplificare le procedure complessive, sono stati introdotti prodotti self-etch, che non richiedono cioè un passaggio separato di mordenzatura con acido. Tra questi, i prodotti pluricomponenti presentano, allo stato attuale dell'arte, caratteristiche superiori a quelli all-in-one, ai quali sono pertanto da preferire nell'uso clinico.

Le resine autoadesive rappresenta un'alternativa nella cementazione di intarsi in materiale composito su superfici non pretrattate, seppur con adesione inferiore a quella garantita dai sistemi etch-and-rinse. Questi, infatti, assicurano risultati più predicibili nella cementazione diretta su tessuto dentinale, rispetto ai prodotti self-etch e self-adhesive.

Un ultimo aspetto procedura che è necessario sottolineare consiste nella necessità di impiego della diga in gomma, indispensabile in qualsiasi procedura condotta sfruttando la tecnica adesiva.

In ultima analisi, l'asportazione dei residui di cemento può essere condotta in anticipo sulla polimerizzazione o a processo avvenuto. Nel primo caso viene raccomandato l'uso di sonde o filo interdentale, nel secondo può essere indicato l'impiego di una lama standard (15C). L'uso di strisce abrasive, dischi e, ancora di più, frese, risulta una seconda scelta, dato il rischio di compromettere l'accuratezza del margine, la quale rappresenta, in fin dei conti, uno dei maggiori vantaggi dell'intarsistica sulla restaurativa diretta.

Riferimenti bibliografici riguardo ai restauri parziali indiretti

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26355440

Scritto da Venerdì, 09 Agosto 2019 - Pubblicato in Protesi
 

Nella parte introduttiva del testo si è fatto riferimento alle caratteristiche generali dei cementi a composizione resinosa e sono state indicate in maniera semplice i criteri classificativi, o meglio uno di essi.

Per conoscere al meglio questa categoria di prodotti, infatti, è necessario sapere considerare quantomeno due criteri classificativi: quello dettato dal meccanismo di polimerizzazione, brevemente accennato appunto nella prima parte, e quello che si basa sullo schema adesivo del cemento stesso.

Nello specifico, questa prima parte si concentrerà in maniera ampia ancora sul meccanismo di polimerizzazione.

Il meccanismo di polimerizzazione rappresenta una determinante dell'utilizzo del prodotto: nel caso in cui l'esposizione alla luce risulti difficoltosa, ad esempio, un prodotto il cui indurimento si basa su un processo puramente chimico rappresenta una scelta preferibile a un dual-cure, oltre che, naturalmente, a un fotopolimerizzabile puro.

1) Cementi resinosi fotopolimerizzabili

Essi impiegano fotoiniziatori attivati dalla luce. La capacità della luce di penetrare in tutte le aree e attivare i fotoiniziatori è, come anticipato, un elemento cruciale in prodotti di questo tipo.

Un aspetto pratico vantaggioso dei cementi fotopolimerizzanti è la possibilità di estendere i tempi di lavorazione rispetto ai sistemi di altro tipo. L'operatore può inoltre rimuovere, comunque entro certi tempi, gli eccessi di materiale prima dell'indurimento, con il doppio vantaggio di accorciare i tempi di finitura.

Un ulteriore aspetto positivo dei cementi fotopolimerizzabili è rappresentato dalla stabilità cromatica rispetto ai cementi resinosi dual-cure o chemical-cure. Questi cementi si prestano, pertanto, a essere abbinati a restauri metal-free o, comunque, all'impiego nei settori estetici.

Un aspetto critico, già anticipato, consiste nella penetrazione della radiazione luminosa: in tal senso, non vi possono essere problemi abbinando una resina già polimerizzata i una ceramica sottile e abbastanza traslucida.

2) Cementi resinosi chemical-cure

La reazione è puramente chimica e, per questo motivo, tali prodotti possono essere indicati anche come “self-curing”, ossia autopolimerizzanti. Lo starter della reazione è l'addizione di due componenti. Questi prodotti sono particolarmente utili in quelle sedi dove è prevedibile un deficit di penetrazione della luce, ad esempio nella cementazione di un perno endocanalare, oppure in caso di corona in metallo-ceramica tradizionale. A fronte di tali caratteristiche, questi cementi offrono una varietà inferiore ai precedenti in termini di croma e traslucenza.

3) Cementi resinosi dual-cure

Il nome suggerisce una doppia reazione polimerizzante. In altre parole, coniugano un'attivazione chimica da miscelazione dei due componenti a una capacità fotopolimerizzante determinata dalla presenza di fotoiniziatori. L'esposizione alla luce è tendenzialmente necessaria a far raggiungere la completa polimerizzazione e, in più, rappresenta una via di modulazione (in senso di accelerazione) dei tempi di lavorazione.

A logica, anche le indicazioni d'uso sono ibride: si pensi, ad esempio, a una ceramica troppo spessa per essere raggiunta a pieno dalla radiazione polimerizzante. In realtà, questi prodotti offrono oggi una certa versatilità d'uso, ponendosi trasversalmente alle altre due categorie.