Scritto da Venerdì, 30 Agosto 2019 - Pubblicato in Protesi

Un manufatto protesico può essere fissato su abutment implantari mediante tecnica avvitata o cementata. La seconda vuole essere un'opzione complementare, più che alternativa, in grado, cioè, di superare alcune delle limitazione della procedura avvitata, la quale soffre infatti della concentrazione di stress derivante dalla mancata passivazione.

La cementazione di un restauro su impianti risulta una soluzione ottimale per occlusione, estetica – risolve l'annosa questione del foro per la vita passante – e spesso anche risposta al carico.

Dall'altra parte, l'applicazione di uno schema di cementazione per restuari su impianti di tipo convenzionale presenta alcuni difetti, il principale dei quali è rappresentato dalla mancata accessibilità all'abutment. Questo aspetto è in realtà ugualmente valido per la corona su moncone naturale, la quale però non è normalmente oggetto della normale manutenzione di un trattamento protesico. Le viti passanti possono essere, infatti, soggette a periodico allentamento, se non a sporadici episodi di frattura. Tale limite viene normalmente aggirato tramite l'impiego di un cemento di tipo provvisorio, con tutto ciò che ne può derivare: un restauro meno ritentivo, soggetto a decementazioni (almeno apparentemente) spontanee può di condizionare negativamente la soddisfazione del paziente.

Il miglior cemento per restauri su impianti

Al fine di fornire delle indicazioni a uso clinico, Kapoor e colleghi, nel 2016, hanno pubblicato uno studio volto a indagare la capacità ritentiva di 5 cementi diversi nella fissazione di corone a base metallica su abutment implantari.

Gli sperimentatori hanno allestito 10 analoghi implantari inclusi all'interno di 5 modelli in resina di mascellare edentulo (coprendo le regioni del primo e del secondo molare), tutti con abutment 4 x 11 mm avvitati con un torque di 30 N. Un totale di 20 corone metalliche sono state sperimentate per 5 diversi cementi (quindi per un totale di 100 campioni): uno al fosfato di zinco, uno vetroionomerico modificato con resina, uno resinoso, uno acrilico provvisorio privo di eugenolo e, infine, uno resinoso provvisorio privo di eugenolo. I campioni sono stati sottoposti a un pull-out test con macchinario Instom al fine di verificare la ritenzione.

Il cemento resinoso ha mostrato il valore sperimentale di ritenzione più elevato (581.075 N). I due cementi provvisori implantari hanno fornito i valori più ridotti e, conseguente, la più semplice rimovibilità. Il cemento provvisorio a base resinosa, in particolare, pur con la forza ritentiva più ridotta , assicura una chiusura marginale ottimale. La rimovibilità dipende invece dalla notevole elasticità mantenuta dal prodotto.

Un dato interessante è stato fornito, infine, dal cemento vetroionomerico modificato con resina, il quale ha mostrato un comportamento intermedio.

 Riferimenti bibliografici a proposito della cementazione dei restauri implantari:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4866252/

 

 
 
Scritto da Giovedì, 29 Agosto 2019 - Pubblicato in Protesi

Le tecniche più moderne nell'odontoiatria restaurativa hanno favorito l'implementazione dei restauri parziali indiretti tipo inlay o onlay, in altre parole gli intarsi. In modo particolare, si fa riferimento ai manufatti in materiale resinoso, il cui utilizzo si presta maggiormente alle tecniche ibride di preparazione cavitaria – pur nel rispetto di criteri realizzativi ben codificati – e, contemporaneamente, presentano il vantaggio della compatibilità con cementi a loro volta a base resinosa.

Questa trattazione vuole considerare proprio gli aspetti salienti della fase di cementazione, alle luce delle caratteristiche dei diversi cementi resinosi, così come elencati da D’Arcangelo e Vanini.

I cementi fotopolimerizzabili favoriscono la gestione dei tempi di lavorazione e garantiscono buona stabilità cromatica. D'altra parte, i tempi di indurimento possono protrarsi eccessivamente; possono anche insorgere problematiche legate agli spessori del restauro o all'influenza dei materiali da copertura sulla microdurezza dei cementi.

I compositi dual-cure, seppur meno maneggevoli, assicurano comunque tempi di lavorazione controllati e, in più, una polimerizzazione adeguata nelle aree a cui la radiazione luminosa accede con maggiore difficoltà. La fotoattivazione ne incrementa il grado di conversione e la durezza superficiale.

Il processo di cementazione dei restauri indiretti varia con la sorgente luminosa, con il tempo di irradiazione, oltre che con le caratteristiche intrinseche del materiale. Il tempo di indurimento andrebbe targettato sul singolo materiale, in modo da fargli raggiungere un elevato grado di conversione.

Preriscaldare il materiale resinoso a una temperatura indicata di 39°C fa raggiungere allo stesso la fluidità ottimale.

La mordenzatura del substrato dentinale rappresenta il primo fondamentale passaggio della cementazione mediante l'uso di cementi adesivi a due o tre step. Al fine di ridurre i passaggi e semplificare le procedure complessive, sono stati introdotti prodotti self-etch, che non richiedono cioè un passaggio separato di mordenzatura con acido. Tra questi, i prodotti pluricomponenti presentano, allo stato attuale dell'arte, caratteristiche superiori a quelli all-in-one, ai quali sono pertanto da preferire nell'uso clinico.

Le resine autoadesive rappresenta un'alternativa nella cementazione di intarsi in materiale composito su superfici non pretrattate, seppur con adesione inferiore a quella garantita dai sistemi etch-and-rinse. Questi, infatti, assicurano risultati più predicibili nella cementazione diretta su tessuto dentinale, rispetto ai prodotti self-etch e self-adhesive.

Un ultimo aspetto procedura che è necessario sottolineare consiste nella necessità di impiego della diga in gomma, indispensabile in qualsiasi procedura condotta sfruttando la tecnica adesiva.

In ultima analisi, l'asportazione dei residui di cemento può essere condotta in anticipo sulla polimerizzazione o a processo avvenuto. Nel primo caso viene raccomandato l'uso di sonde o filo interdentale, nel secondo può essere indicato l'impiego di una lama standard (15C). L'uso di strisce abrasive, dischi e, ancora di più, frese, risulta una seconda scelta, dato il rischio di compromettere l'accuratezza del margine, la quale rappresenta, in fin dei conti, uno dei maggiori vantaggi dell'intarsistica sulla restaurativa diretta.

Riferimenti bibliografici riguardo ai restauri parziali indiretti

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26355440

Scritto da Venerdì, 09 Agosto 2019 - Pubblicato in Protesi
 

Nella parte introduttiva del testo si è fatto riferimento alle caratteristiche generali dei cementi a composizione resinosa e sono state indicate in maniera semplice i criteri classificativi, o meglio uno di essi.

Per conoscere al meglio questa categoria di prodotti, infatti, è necessario sapere considerare quantomeno due criteri classificativi: quello dettato dal meccanismo di polimerizzazione, brevemente accennato appunto nella prima parte, e quello che si basa sullo schema adesivo del cemento stesso.

Nello specifico, questa prima parte si concentrerà in maniera ampia ancora sul meccanismo di polimerizzazione.

Il meccanismo di polimerizzazione rappresenta una determinante dell'utilizzo del prodotto: nel caso in cui l'esposizione alla luce risulti difficoltosa, ad esempio, un prodotto il cui indurimento si basa su un processo puramente chimico rappresenta una scelta preferibile a un dual-cure, oltre che, naturalmente, a un fotopolimerizzabile puro.

1) Cementi resinosi fotopolimerizzabili

Essi impiegano fotoiniziatori attivati dalla luce. La capacità della luce di penetrare in tutte le aree e attivare i fotoiniziatori è, come anticipato, un elemento cruciale in prodotti di questo tipo.

Un aspetto pratico vantaggioso dei cementi fotopolimerizzanti è la possibilità di estendere i tempi di lavorazione rispetto ai sistemi di altro tipo. L'operatore può inoltre rimuovere, comunque entro certi tempi, gli eccessi di materiale prima dell'indurimento, con il doppio vantaggio di accorciare i tempi di finitura.

Un ulteriore aspetto positivo dei cementi fotopolimerizzabili è rappresentato dalla stabilità cromatica rispetto ai cementi resinosi dual-cure o chemical-cure. Questi cementi si prestano, pertanto, a essere abbinati a restauri metal-free o, comunque, all'impiego nei settori estetici.

Un aspetto critico, già anticipato, consiste nella penetrazione della radiazione luminosa: in tal senso, non vi possono essere problemi abbinando una resina già polimerizzata i una ceramica sottile e abbastanza traslucida.

2) Cementi resinosi chemical-cure

La reazione è puramente chimica e, per questo motivo, tali prodotti possono essere indicati anche come “self-curing”, ossia autopolimerizzanti. Lo starter della reazione è l'addizione di due componenti. Questi prodotti sono particolarmente utili in quelle sedi dove è prevedibile un deficit di penetrazione della luce, ad esempio nella cementazione di un perno endocanalare, oppure in caso di corona in metallo-ceramica tradizionale. A fronte di tali caratteristiche, questi cementi offrono una varietà inferiore ai precedenti in termini di croma e traslucenza.

3) Cementi resinosi dual-cure

Il nome suggerisce una doppia reazione polimerizzante. In altre parole, coniugano un'attivazione chimica da miscelazione dei due componenti a una capacità fotopolimerizzante determinata dalla presenza di fotoiniziatori. L'esposizione alla luce è tendenzialmente necessaria a far raggiungere la completa polimerizzazione e, in più, rappresenta una via di modulazione (in senso di accelerazione) dei tempi di lavorazione.

A logica, anche le indicazioni d'uso sono ibride: si pensi, ad esempio, a una ceramica troppo spessa per essere raggiunta a pieno dalla radiazione polimerizzante. In realtà, questi prodotti offrono oggi una certa versatilità d'uso, ponendosi trasversalmente alle altre due categorie.

 
 
Scritto da Giovedì, 25 Luglio 2019 - Pubblicato in Protesi

La scelta del cemento in odontoiatria restaurativa è un aspetto delicato della riabilitazione protesica su dente naturale. Il panorama commerciale è molto cambiato negli ultimi anni e, per questo, è importante che il clinico si tenga aggiornato sulle specifiche tecniche che stanno dietro alla singola etichetta.

Idealmente, un cemento, provvisorio o definitivo, deve soddisfare una serie di criteri biologici, chimico-fisici e tecnici, al fine di garantire integrazione biologica e ritenzione meccanica al manufatto protesico. Si considerino pertanto gli ambiti a cui si rifanno tali criteri.

Adeguata biocompatibilità nei confronti della polpa, della quale si desidera mantenere la vitalità, e dei tessuti molli adiacenti al restauro.

Caratteristiche fisiche: ridotta viscosità e capacità di occupare omogeneamente lo spazio tra moncone e protesi, mediante la formazione di film sottile. Radiopacità.

Proprietà meccaniche: elevata resistenza alla compressione. Adesività ottimale alle strutture biologiche dentarie e, possibilmente, a più materiali da restauro. Bassa solubilità a contatto con l'ambiente orale e, particolarmente, con i fluidi salivari.

Aspetti pratici: facilità di utilizzo, lavorazione extraorale prolungata e setting rapido una volta in posizione. Rimozione degli eccessi e rifinitura a sua volta semplici e rapide.

Allo stato attuale dell'arte, non esiste un prodotto che riunisca tutte queste caratteristiche. Ad esempio i cementi resinosi, oggetto principale della trattazione, sono caratterizzati da bassa solubilità. La presenza del bis-GMA, tuttavia, induce un aumento della viscosità e un'accorciamento della lavorabilità a temperatura ambiente.

Caratteristiche dei cementi resinosi

I cementi resinosi sono stati immessi sul mercato, come alternativa ai prodotti bicomponente acido-base, a metà degli anni '70.

Come appena visto, la componente fondamentale della matrice è il bis-GMA (sigla per bisfenolo A-glicidil metacrilato), il quale viene normalmente diluito con resine a minore viscosità. Il rapporto tra queste componenti distinguono questo tipo di prodotti dalle resine composite indicate per altri impieghi, ad esempio quelle impiegate nella restaurativa diretta.

Oltre che per quanto appena considerato, tali prodotti si sono distinti per caratteristiche meccaniche e anche vocazione estetica. Le perplessità riguardanti lo spessore del film, altro potenziale svantaggio rilevante, sono state superate: oramai 10 anni fa, Kious riferiva come gli allora prodotti di ultima generazione soddisfacessero lo standard ISO dei 25 μm di spessore.

Per definizione, questi cementi resinosi presentano un setting basato sul procedimento chimico della polimerizzazione. Dividendo i materiali per meccanismo di indurimento, si considerano cementi resinosi light-curedself-cured e dual-cured. I cementi appartenenti alle ultime due categorie possono essere applicati indicativamente in tutte le procedure di cementazione. I cementi fotopolimerizzabili, secondo parte di una letteratura non del tutto univoca in tal senso, presenterebbero delle problematiche nell'impiego associato ad alcuni materiali ceramici.

 Riferimenti bibliografici su odontoiatria restaurativa e cementi resinosi

https://www.ijcmas.com/vol-4-2/John%20Paul.pdf

https://www.researchgate.net/publication/236101337_Cementation_of_indirect_restorations_an_overview_of_resin_cements

 
 
 
Scritto da Lunedì, 17 Giugno 2019 - Pubblicato in Congressi

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